La corazzata Potëmkin

La Rivoluzione d’ottobre regala agli artisti sovietici un pubblico nuovo, composto da individui – per lo più contadini e operai – che mai prima d’allora avevano potuto permettersi di andare al cinema, a teatro, a una mostra. Di qui l’idea di costruire film nuovi nel linguaggio prima che nei contenuti: per esaltare le imprese della Rivoluzione occorreva in primo luogo trovare una forma che le rendesse speciali già nel modo in cui venivano raccontate sullo schermo. La propaganda diventava così una questione di stile. A questo compito si dedica una generazione di registi che vede nel cinema un vero e proprio laboratorio, una tecnica applicata alla documentazione dell’attualità e alla ricostruzione degli eventi rivoluzionari. A tale filone appartiene il film muto La corazzata Potëmkin, storia di un ammutinamento (accortisi che la carne del loro rancio è piena di vermi, i marinai della nave Potëmkin decidono che la misura è colma) e della successiva repressione (a Odessa la polizia carica i cittadini accorsi al porto per solidarizzare con i ribelli). Giovane regista teatrale, Sergej Michajlovič Ejzenštejn (1898-1948) è alla ricerca di un modo per dare alle immagini lo stesso impatto emotivo delle scene che allestiva sul palcoscenico. Termini come “cine-pugno” o “attrazione”, che ricorrono nei suoi scritti sul cinema, rivelano l’intenzione di condizionare gli spettatori prima sul piano emotivo e poi su quello ideologico: il pathos diventa così il centro generatore della propaganda. La corazzata Potëmkin è perciò un film costruito sui motivi propri del melodramma: umiliazione (i vermi nel rancio), riscatto (l’ammutinamento), oppressione (la carica della polizia). Nello stesso tempo questi avvenimenti vengono descritti attraverso uno stile frammentato, con il montaggio che isola determinati dettagli a scapito di altri, senza dare al pubblico un quadro complessivo degli eventi. In questo modo, piuttosto che degli avvenimenti, siamo spettatori di un caleidoscopio di prospettive parziali che li riguardano: frammenti che ci danno dell’evento – come avviene talvolta nei videoclip musicali – un’impressione complessiva più che una rappresentazione compiuta. In tempi recenti La corazzata Potëmkin ha avuto la strana sorte di diventare il prototipo della noia, il film pesante e indigesto per antonomasia. Responsabile di questa cattiva fama è stata la divertente parodia che ne ha fatto Paolo Villaggio nel Secondo tragico Fantozzi (1976): gli spettatori di un cineforum aziendale, esasperati dal cinema sovietico che viene loro propinato settimanalmente, interrompono la proiezione e prendono in ostaggio il maniaco cinefilo che lo organizza. Strano scherzo del destino per un regista che per tutta la vita ha cercato di attrarre proprio il pubblico dei non intellettuali, al punto da pensare i suoi film – inquadratura per inquadratura, sequenza per sequenza – in rapporto all’effetto emotivo che avrebbero prodotto sugli spettatori.