Nosferatu

Nosferatu è il progenitore dei film sui vampiri, nonché la prima di innumerevoli trasposizioni su grande schermo del romanzo Dracula di Bram Stoker (il titolo venne cambiato perché la moglie dello scrittore, nel frattempo scomparso, pretendeva di essere lautamente pagata per lo sfruttamento cinematografico della storia). La sua importanza per il cinema horror di ieri e di oggi è capitale, soprattutto per il repertorio di invenzioni visive alle quali ricorre il regista, il tedesco Friedrich Wilhelm Murnau (1888-1931) – scomparso prematuramente in un incidente automobilistico, ma non prima di avere fatto fortuna a Hollywood –, tutte destinate a entrare nel repertorio classico del genere. In un’epoca in cui i canoni della messa in scena cinematografica non ammettevano lo splatter (in inglese to splatter significa “schizzare”; nel linguaggio cinematografico o letterario indica quei film o libri in cui abbondano le scene sanguinose e raccapriccianti, come i film della serie Nightmare, o i gialli di Dario Argento, o i film di zombie) e, più in generale, la rappresentazione diretta della violenza, l’horror doveva generare più inquietudine che ribrezzo, più angoscia che spavento. In questo Murnau è un maestro: suggerisce senza mostrare, allude senza spiegare, calando gli eventi in un’atmosfera enigmatica, sempre in bilico tra naturale e soprannaturale. La scena madre del genere – il vampiro che, nottetempo, “visita” la sua vittima, ignara e addormentata – è un piccolo gioiello di sobrietà, austera nel ritmo e nella composizione, lenta nella cadenze ma breve nella durata: si conclude un attimo prima che il “mostro” si chini sulla sua preda per morderla. Pienamente consapevole che, al cinema e non solo, la paura è figlia di ciò che non si vede, Murnau opera per sottrazione, lavorando soprattutto sul contorno e sui dettagli. Il castello del conte è un trionfo di spigoli e angoli, di volte e pertugi, perfettamente in sintonia con il profilo affilato del padrone di casa. In altri momenti è sufficiente l’immagine di uno scenario idilliaco – una cascata d’acqua tra gli alberi – per accrescere la tensione, che deriva dal contrasto tra la serenità della natura e la crudezza della storia che il film racconta. Al di là del rapporto diretto con i tanti vampiri che, da allora in poi, popoleranno gli schermi cinematografici, con questo film muto Murnau dimostra come il demoniaco al cinema sia soprattutto una questione di atmosfere, silenzio e suspense. Saranno in molti, nei decenni successivi, a ricordarsi della sua lezione, coniugando l’economia dei mezzi (niente scene truculente, niente sangue) con la forza degli effetti: è il caso di The Blair Witch Project (1999) o di Paranormal Activity (2007), film di basso costo nei quali non succede quasi nulla e in cui la tensione deriva dall’attesa, cioè da quello che nel linguaggio della narrativa potremmo chiamare “ritardamento”. Ma anche registi senza problemi di budget hanno capito che spesso lo straordinario nasce dalla pura rappresentazione dell’ordinario: è il caso del film Shining (1980) di Stanley Kubrick, dove a mettere i brividi è sufficiente un bambino che percorre in triciclo i corridoi silenziosi di un albergo disabitato.