Giuseppe Ungaretti

«Essere nato in Egitto ed avervi trascorso ininterrottamente circa 18 anni, ebbe anche naturalmente la sua influenza sulla mia poesia. Quel senso di sete, d’arido, di miraggio, di sfolgorante e di provvisorio che mi viene dalle apparenze. Ed anche quel senso che le cose che più mi erano vicine, che erano le mie, erano le cose lontane, assenti, cose d’esilio.»
Così scrive Ungaretti in una lettera indirizzata al critico Giuseppe De Robertis. Il fatto di essere nato ad Alessandria d’Egitto da genitori di origine toscana inciderà profondamente sulle immagini della sua poesia e sulla ricerca di un’appartenenza culturale, linguistica ed etnica, che lo accompagnerà per tutta la vita. Una vita assai lunga, che lo condurrà dall’Africa all’Europa (in Francia e poi in Italia) e da qui nell’America del Sud, in Brasile. Illuminazioni è il titolo di una celebre raccolta di prose poetiche (1886) di Arthur Rimbaud. Illuminazioni, lampi istantanei, sono anche alcune delle poesie più celebri di Ungaretti, a cominciare da Mattina, che contiene appunto l’idea di una rivelazione immediata, pre-logica: «M’illumino / d’immenso». La poesia era qualcosa di diverso nel 1917, quando Ungaretti scrive queste quattro parole. Carducci era morto da una decina d’anni, Pascoli da cinque, d’Annunzio, il fluviale, debordante d’Annunzio era il “vate”, il poeta per eccellenza dell’Italia degli anni Dieci. La reazione dei lettori contemporanei di fronte ai versicoli di Ungaretti fu anche più spazientita di quella dei lettori odierni: è poesia, questa? Eppure, oggi per molti la poesia lirica corrisponde proprio alla concentrazione di concetti e alla forte evocatività del principale libro di Ungaretti, L’Allegria: in questa raccolta è inclusa Mattina. Non è sbagliato, quindi, dire che Ungaretti inaugura un modo di intendere e di fare poesia che avrà una profonda influenza sugli scrittori e sui lettori del Novecento.