Giovanni Verga

Il più bel romanzo italiano della prima metà dell’Ottocento comincia così: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi». Il più bel romanzo italiano del secondo Ottocento comincia invece così: «Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere». È passato poco più di mezzo secolo dai Promessi sposi di Manzoni ai Malavoglia di Verga, ma sarebbe difficile immaginare due stili, due modi di raccontare più diversi. Manzoni guarda dall’alto i suoi personaggi, e li descrive e li fa parlare attraverso una lingua che non ha nulla a che fare con quella che questi personaggi parlano; Verga, viceversa, si annulla nei suoi personaggi, guarda le cose con i loro occhi e ci fa sentire la loro voce non solo attraverso i dialoghi (adoperando parole e locuzioni del loro dialetto: ciò che Manzoni, impegnato nella costruzione di una lingua nazionale, si era ben guardato dal fare) ma anche attraverso lo stile indiretto libero. Ad avvicinare Manzoni e Verga è semmai la scelta del soggetto. Entrambi raccontano, infatti, non la vita degli eroi dei romanzi storici, o quella dei borghesi del loro tempo, bensì quella delle persone umili: Renzo e Lucia, la famiglia Malavoglia. Ma mentre nei Promessi sposi leggiamo un ritratto idealizzato di quei due personaggi e li vediamo coinvolti in vicende tutt’altro che quotidiane (il matrimonio contrastato, la fuga dal villaggio, la peste), le pagine dei Malavoglia ci mettono di fronte agli occhi la vita di una famiglia di pescatori siciliani così come realmente doveva essere. È questa conquista di realismo e di verità a rendere Verga il più importante romanziere italiano del suo tempo.