Inferno - Canto IX

Dante è fortemente turbato e scoraggiato nel vedere il suo maestro sconfitto dalla tracotanza dei diavoli, e chiede se mai alcuno proveniente dal Limbo sia disceso nel profondo degli Inferi. Virgilio lo rassicura, poiché vi è già sceso in un’altra occasione. Sugli spalti della torre ardente appaiono improvvisamente le Furie, mostruose creature femminili con serpenti per capelli: urlano, invocando l’arrivo di Medusa per pietrificare il temerario pellegrino, e intanto si graffiano e si percuotono. Virgilio impone a Dante di volgersi e di coprirsi gli occhi per evitare il tremendo sguardo e lui stesso, per maggior difesa, gli protegge gli occhi con le mani. Dopo un invito al lettore perché comprenda il significato profondo e nascosto che si cela dietro la narrazione – e proprio nel momento di maggior paura – si sente un fragore come di vento impetuoso. Virgilio invita il discepolo a guardare verso la palude Stigia dove, tra il fuggire di mille dannati, sta sopraggiungendo camminando sulle acque la figura imperiosa e sdegnata del Messo celeste atteso dal poeta. Questi, con una piccola verga, apre la porta di Dite. Dante e Virgilio varcano la porta della città infernale. Appena dentro le mura, si trovano nel VI cerchio che appare come una vasta distesa disseminata di sepolcri, simili a note necropoli visibili sulla Terra. Dai sepolcri scoperchiati, resi roventi dalle fiamme, si odono i lamenti dei dannati. In quelle tombe, spiega Virgilio, giacciono gli eretici.